Intervista a Umberto Galimberti: trascrizione

Intervista a Umberto Galimberti  13 ottobre 2017

Professore grazie per aver accettato l’invito dell’Associazione Psicologi VCO, volevo farle alcune domande grazie alla possibilità di averla qua come ospite. La prima è:

che cosa ha contribuito in maniera fondamentale a farle scegliere la Filosofia come materia di studio?

La Filosofia è la più nobile di tutte le scienze, innanzitutto perché non sa niente, mentre le scienze sanno sempre qualcosa, ciascuno la sua.. la Filosofia non sa niente. La Filosofia non è un sapere, è un atteggiamento e l’atteggiamento è quello di smobilitare le opinioni correnti, smobilitare il senso comune, perché un discorso funziona solo se è argomentato, non perché l’abbiamo sentito tante volte, non perché l’ha pronunciato quella persona che ci piace, non perché appartengo ad una fede o ad un partito, la Filosofia smobilita il senso comune e questo mi pare che è una delle cose più belle. Ma è un atteggiamento, non  è tanto un sapere. Socrate diceva che non sapeva niente e però aveva smobilitato le opinioni correnti e Platone dei 34 dialoghi che ci ha lasciato ben 14 sono contro i Retori e i Sofisti che persuadono la gente con la mozione degli affetti, con strumenti retorici, eccetera. Quindi, questa cosa. Quando io andavo all’oratorio ed ero ragazzino mi avevano assegnato la sezione della critica, io dovevo criticare tutto e da lì allora ne ho fatto una professione che si chiama Filosofia.

E invece l’Analisi? L’interesse per l’Analisi Junghiana ?

Quella.. Io ho conosciuto Jaspers, sono stato a casa sua 4 o 5 volte, nel 62, e Jaspers ha detto.. Jaspers è stato il più grande psicopatologo del novecento, quello che ha dato una giravolta totale alla Psichiatria, e lui ha cominciato a suggerirmi il fatto che ogni filosofia non è altro che la visione del mondo, una grande visione del mondo, del filosofo. Per cui non c’è una Filosofia oggettiva ma ci sono tante Psicologie strutturate filosoficamente. E allora da lì sono passato allo studio della Psicologia e a Jaspers ho dedicato il mio dizionario di Psicologia che avevo fatto  per la Utet nel 1991 e che adesso ho rifatto per intero portandolo ad un 50% di pagine in più. Jaspers mi ha dato questa iniziazione al mondo psicologico e tenendo conto anche del fatto che la Psicologia viene dalla Filosofia, che la Psichiatria nel novecento i grandi progressi li ha fatti con i filosofi. Jaspers è passato dalla Psichiatria alla Filosofia, Heidegger ha dato le basi per tutta la Psichiatria Fenomenologica, Husserl analogamente, Merleau-Ponty tutta la psicologia della percezione si deve a lui. Cioè un grande contributo alla Psicologia e alla Psichiatria l’ha dato la Filosofia. E allora ci siamo, giochiamo in casa.

E la scelta dell’Analisi,  quindi di Jung al posto della Psicoanalisi classica freudiana o di altre correnti ?

Ma Jung è stata una scelta casuale nel senso che allora insegnavo a Venezia Antropologia Culturale e Jung mi sembrava il più antropologo di tutti gli psicoanalisti. Tenendo conto poi che mi era venuto anche il sospetto che si poteva fare un parallelismo tra la “psicosi” e il “primitivo”. Cosa che poi è stata studiata da Devereux, Gèza Ròheim. Ecco questa cosa qua è quella che mi ha fatto propendere per Jung, dopodiché quando sono diventato Analista mi sembrava di non sapere niente e ho stabilito che per sapere qualcosa bisognava andare a vedere le cose sul grande schermo e quindi andare in un manicomio e sono andato, per tre anni, e lì ho conosciuto uno psichiatra allora sconosciuto, l’ho obbligato con la forza a scrivere, si chiama Eugenio Borgna e non finisce mai di ringraziarmi per avergli dato questo consiglio. Adesso non si ferma più. Allora, lì ho visto le cose in grande, dopodiché la nevrosi tutto sommato non è altro che una piccola messinscena di scenari psicotici, se tu capisci questo…  Poi dopo quella lì è stata un’esperienza interessante dei tre anni in manicomio perchè ho imparato una cosa che a verbalizzarla non va bene perché la gente non ci crede e ha un po’ del miracolistico, ma frequentando la pazzia ti viene un relè interno che quando uno si presenta a te, apre la porta, tu capisci subito se è psicotico o no. Lo senti. E quale è il segnale? Che tu dopo, quando lo ricevi, lo fai entrare, parli a lui ma in realtà non stai parlando a nessuno, non hai un tu davanti a te. Hai capito?

Interessante..  Ha fatto un’analisi personale?

Madonna, ho fatto un’analisi personale di quattro anni. Poi dopo quell’analisi personale avrei dovuto presentare la tesi teorica, però nel frattempo avevo conosciuto un’analista di Roma, che è stato poi il fondatore della Società Junghiana in Italia che si chiama Mario Trevi, allora ho stabilito di fare altri due anni di analisi con lui andando a Roma tutte le settimane. Ho fatto l’analisi con lui, ho fatto la tesi teorica, mi hanno bocciato perché hanno detto che quella tesi teorica.. non avevo capito niente.. E invece quella tesi teorica io l’ho pubblicata, è diventata un libro, si chiama “La terra senza il male, Jung : dall’inconscio al simbolo” ma per la mia Società non andava bene!

Capita spesso…

Ma il problema è che io prima avevo scritto un libro intitolato “Psichiatria e Fenomenologia” e si sa che i fenomenologi non prendono in considerazione l’inconscio e allora la mia prima analista dopo che mi aveva lanciato, che io diventassi subito analista, quando io ho scritto quel libro lì.. ma allora l’inconscio per te non esiste? Non è che non esiste, sto parlando dei fenomenologi e per loro non esiste! No, no, non puoi diventare analista. E qui ho cominciato a pensare che gli analisti..

Allontanarsi..

Devono studiare gli analisti, devono studiare non solo roba psicologica, devono studiare Filosofia, devono studiare Sociologia, devono interessarsi del mondo, perché la gente non è che tutti i suoi drammi ce li ha dentro di sé, Io, Es e Super Io. Noi siamo nel mondo e questo mondo deve entrare nell’analisi.

Quindi un po’ antropologo, un po’ sociologo… Lei è del 1942, è nato in tempo di guerra. Questa esperienza ha avuto un significato nella sua vita. L’ha condizionata in qualche modo?

Dunque mi ha condizionato nel fatto che mia mamma mi allattava e non aveva il latte. E quindi.. adesso vede che faccia che ho perché mangio come un maiale… Grazie a Dio a una mia vicina di casa è morto il suo bambino però aveva il latte.. ed è iniziata la mia carriera di vivere al posto di un morto. Anche quando sono nato dovevano chiamarmi Paolo e invece mi hanno chiamato Umberto non per il re, ma perché il giorno che sono nato è morto il cugino di mio padre, che faceva il pastore protestante in Inghilterra, che si chiamava Umberto. Sempre al posto di un morto. Quando sono nato io dovevo sostituire la mia sorellina che era morta di setticemia a due anni. Altro scenario di morte. Per me la morte oramai è la mia compagna di vita e..

Questo si ricollega anche alla guerra…

Ma la guerra a tre anni non è che la senti, senti la fame! Se la tua mamma non ha il latte.. e lei non se ne è neanche accorta di non averlo. Deperivo. Quello che però mi ricordo.. non posso dirle queste cose che mi vergogno, però è così. Io mi ricordo perfettamente della mia balia che si chiamava Druda, del locale che occupava, della coorte dove le donne lavavano i panni nei tinelli. Mi ricordo tutto pur essendo in una condizione di allattato, uno, due anni. Come faccio a ricordarmi queste cose? Vuol dire che c’è una memoria ben più attiva di quanto la psicoanalisi non pensi. Probabilmente una memoria traumatica… o gratificante!

Come il latte della balia! Questa sera ad ascoltarla ci saranno molti ragazzi delle scuole superiori. Della sua esperienza di vita ed accademica che cosa si sente di trasmettere loro sulla vita, che cosa ha capito di questa avventura?

Renderli consapevoli che si trovano nell’età del nichilismo, l’era del nichilismo. Loro lo sanno già, ma lo sanno a livello inconscio. Non lo sanno neanche descrivere. È inutile dar loro delle speranze, la speranza è una categoria cristiana, che funziona per i cristiani. Non sono in grado di dare loro delle speranze. Sono persuaso che alcuni ce la possono fare, li chiamo nichilisti attivi, che consiste nel fatto che: sanno di essere nell’età nichilistica, non lo rimuovono, ma non si rassegnano e allora con un adeguato esame di realtà riescono ad affermarsi. Questo l’ho dedotto dalle lettere che ricevo ogni sabato nell’inserto di Repubblica, in cui per esempio uno mi scrive: io ero un artista, scolpivo, facevo le mie cose, però la fabbrica di mio padre stava fallendo, ho rinunciato a fare l’artista e mi sono messo a lavorare nella fabbrica di mio padre per tirarla su e salvarla dal fallimento. Questo vuol dire sapere che c’è il nichilismo e però fare un esame di realtà, quindi: “per un po’ di anni faccio questo!”. Oppure quella superlaureata, con master e tutto, che fa la gelataia in Abruzzo per tre euro l’ora, poi sa che a Milano può farlo per sei e va a Milano a fare la gelataia, si chiede: “ma allora perché mi sono laureata?” e conclude che il lavoro sì certo ti da uno stipendio, anche se vergognoso, ma anche la socializzazione e la dignità di alzarti la mattina e fare qualche cosa, che sono altri due valori da prendere in considerazione.

Quali sono a suo avviso le sfide che dobbiamo affrontare in questo tempo presente. I temi che non possiamo eludere, che non possiamo negare?

Il grande tema è la Tecnica per esempio. Che non è la tecnologia, non sono le macchine. La Tecnica è una logica molto rigorosa che consiste nel raggiungere il massimo degli scopo con l’impiego minimo di mezzi. Se io insegno a Venezia e vivo a Milano e passo da Verona faccio un percorso razionale, se passo da Bologna faccio un percorso irrazionale. Una volta i telefonini erano delle grosse macchine che facevano una sola cosa, adesso sono piccolissimi e ne fanno centomila. Impiego minimo dei mezzi, massimo risultato. Questa è la logica. Tutto quello che fuoriesce da questa logica nell’età della tecnica non conta niente.

E’inutile diceva…

Allora per esempio: due innamorati, è sufficiente che uno dica all’altro “ti amo” per la razionalità, la Tecnica, hai già detto tutto. Tutto il resto: “ti amo va bene, però confrontiamo le tue parole con il tuo comportamento, confrontiamolo con il tuo sguardo, la qualità delle tue smorfie, con la modalità con cui mi approcci.” Tutto questo scenario fa parte dello scenario dell’irrazionale, per la Tecnica è solo un ingombro. Se la logica della Tecnica diventa la logica universale, e lo è già diventato, per cui tu, la stessa distinzione tra pubblico e privato: tu lunedì ti devi presentare efficiente come il computer che hai davanti, poi sabato e domenica fai quello che vuoi, alla Tecnica non interessa. Puoi scopare, puoi fare le orge, puoi drogarti, basta che lunedì sei pulito! Ecco questa distinzione tra pubblico e privato induce una sorta di schizofrenia funzionale per cui io devo avere una doppia personalità, essere me stesso nel week end, se non mi lascio sedurre dalla seconda casa, dalle code in autostrada, poi per il resto della settimana sono un funzionario di apparati tecnici. L’uomo non è più il soggetto della storia, il soggetto della storia è la Tecnica e gli uomini sono diventati dei funzionari di apparati. La Tecnica ti toglie gradatamente libertà: io posso non avere il telefonino? No, se non ho il telefonino entro in una dimensione di insignificanza sociale. Posso non avere il computer? No, perché se il mondo parla con la rete io devo avere il computer. Quindi la Tecnica ti obbliga ad una trasformazione antropologica come lei vuole e tu non puoi fare a meno di essere quello che lei vuole!

 

Nella vita, nella sua vita o in generale, vi è qualcosa che comunque rimane irrisolto?

Nella mia vita? Ah quasi tutto! Rimane irrisolto perché purtroppo io non sono cristiano, non perché sono ateo, non mi interessa niente essere ateo, e neanche essere credente, non mi interessano questi scenari. Io sono greco. Il greco è colui che crede sul serio che quando si muore, si muore. I greci non chiamavano l’uomo Uomo, lo chiamavano mortale. Cioè tu nasci, cresci, generi, muori. Esattamente come fanno gli animali, come fanno le piante. L’uomo non è al vertice del creato. Platone diceva: “O Uomo meschino non pensare che questo Universo sia stato creato per te, tu piuttosto sei giusto se ti aggiusti all’universa armonia. Ecco allora essere greci significa familiarizzare con la morte, sai che devi morire. Familiarizzare con la morte ti da il senso del limite per cui non inseguirai il potere spasmodicamente come se da lì dipendesse la tua identità o felicità. Lo seguirai con una certa misura perché gli dà il senso del limite, l’idea di morte. I greci ce l’avevano, dicevano: “vuoi diventare felice, realizza te stesso, il tuo demone, ciò per cui sei nato, quello che i cristiani chiamano “vocazione”, i giapponesi “il messaggio dell’imperatore”, la tua natura, quello per cui sei nato, realizza il tuo demone e raggiungerai la felicità che in greco si dice “eudaimonia”, realizzazione del tuo demone, però aggiungevano subito” katà métron”, secondo misura, perché tu puoi anche essere un attore ma non come Mastroianni; allora se tenti di essere più bravo di quelle che sono le tue possibilità prepari la tua rovina. Ecco se noi avessimo questo senso della misura.. i greci per esempio non avrebbero mai costruito i Bronzi di Riace perché sono fuori misura. Loro disegnano l’uomo secondo misura, il discobolo. Perché la categoria della misura è importantissima. I greci avevano incatenato il dio della Tecnica che era Prometeo, noi lo abbiamo scatenato e adesso oggi siamo nella condizione che la nostra possibilità di fare è enormemente superiore alla nostra capacità di prevedere, quindi ci muoviamo a mosca cieca!

Grazie Professore, grazie mille.

 

 

Video dell'intervista a Umberto Galimberti
Video dell'evento con Umberto Galimberti
 

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Giovedì, 19 Settembre 2019
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